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IA SUMMIT 2012: tre cose che mi sono portata a casa sull’architettura dell’informazione.

12/05/2012

La multicanalità è un fatto: pertanto, con il tema della rappresentazione delle informazioni su vari dispositivi, dobbiamo farci i conti.

Come se i “devices” non bastassero, l’Internet delle cose proporrà prodotti sempre più ricchi di contenuti (bilance parlanti, forni intelligenti, …).

Lunga vita, quindi, all’architettura dell’informazione.

Ecco tre spunti che mi sento di condividere dal summit.

1. Far trovare all’utente quello che cerca, ma anche quello che non pensava avrebbe trovato

Non conoscevo (mai troppo tardi per imparare!) la matrice di Marcia Bates sui modelli di information seeking, proposta da Luca Rosati. È una mappa in cui sono poste in correlazione due modalità di approccio all’informazione: il grado di consapevolezza (ricerca diretta e ricerca indiretta) e lo sforzo impiegato (attivo o passivo); gli incroci danno luogo a 4 possibili atteggiamenti: Search, Monitor, Browse, Being aware. Fornendo all’utente strumenti che vadano oltre l’atteggiamento di ricerca diretta e consapevole (es. un campo full text search), ma che presidino anche le altre modalità di interazione con le informazioni, aumentano le opportunità di visibilità dei contenuti. Ad esempio, invitando ad abbonarsi a un feed rss o ai profili social, per rispondere al bisogno di monitoraggio; banner o gli strilli di anteprime (es. news più importanti, ultimi post, ultimi upload) stimolano il browsing;  una light box interviene sull’awareness in quel segmento più pigro dei processi cognitivi.

In un certo senso ho ritrovato questo approccio complementare rispetto al concetto del detour, illustrato da Claudia Busetto: proporre scorciatoie alternative ai percorsi di navigazione più tradizionali.

2.Semplificare le complicazioni con la legge della semplicità di John Maeda: S.H.E.

Questo è un passaggio interessante dello speach di Diego Banchero. Alla fine, è un altro modo-ma repetita iuvant-, della regola KIS: keep it simple. Il paradigma è di John Maeda.

Shrink: ridurre le informazioni, se necessario anche le funzionalità, andare al cuore.

Hide: nascondere la complessità (bella la metafora del coltellino svizzero!). Questo non significa eliminarla, ma destinarla ai secondi livelli del menu, per chi vuole entrare nelle pieghe degli approfondimenti, senza costringere l’utente meno analitico ad inutili complicazioni.

Embody: inglobare nei siti/servizi una qualità straordinaria.

3. Il valore del confronto nei comportamenti di acquisto di prodotti e servizi

Resto in attesa (trepida!) della release integrale della ricerca di Doralab (molto apprezzati i contenuti e dati “originali” ;-), a fronte di tanti altri più compilativi).

Cito solo i suggerimenti conclusivi dell’intervento di  Alberto Mucignat: dare agli utenti strumenti di comparazione | tenere in considerazione la multicanalità | i contesti mobile sono ormai consolidati è inutile ignorarli | investire su informazioni e contenuti.

Personalmente mi ha colpito l’insistenza sulla fase del “confronto”, spesso trascurata e poco supportata.

Che siano quindi tabelle, configuratori, tool o link alle recensioni degli utenti, non dimentichiamo di dare ai lettori strumenti di confronto tra le offerte; tanto lo fanno lo stesso; sempre meglio che farli uscire dal sito.

E’ una pratica abbastanza consolidata nel mercato dei software e in quello dell’hosting che ho recentemente approcciato. Mi “auto-cito” in un certo senso, ma lo dichiaro: un esempio potrebbero essere le tabelle comparative di Cloudup, con cui guidiamo l’utente al confronto tra offerte di server tradizionali, virtuali, cloud.

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